lunedì 16 novembre 2009

Introduzione alla mostra di Valery Ledved


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VALERY LEDVED

mostra personale

In data: 14 novembre 2009
Categoria: mostra

Con il Patrocinio di:

Dipartimento della Cultura del Governo di San Pietroburgo

Consolato Generale della Federazione Russa a Genova

Associazione per i Rapporti Internazionali di San Pietroburgo

Università Pedagogica Statale HJerzen di San Pietroburgo

“La sua ammirazione per il colorito e la tecnica degli antichi

molto lo spingeva a fare ricerche in tal senso

e ad architettare teorie e sistemi sull’esecuzione naturale

della pittura sul mestiere.” PAUL VALERY parlando di Edgar Degas.

La produzione pittorica di Valery Ledved, fa parte di quella corrente stilistica che, sulla base di lunghe indagini e di ben radicate capacità tecniche, propone quella che in uno studio sull’impressionista Edgar Degas, Paul Valery definisce come arte sapiente, quasi come se il pittore si trovasse a dover portare a termine non solo un prodotto artistico di grande valore stilistico ma anche e soprattutto il risultato di un processo esecutivo approfondito e ponderato, quasi matematico, nella sua ricerca di perfetto equilibrio formale.

Una pittura che rifiuta scorciatoie, proprio perché, sempre secondo la teoria di Valery, l’investigazione e l’approfondimento generano infiniti ostacoli da superare, i quali, a loro volta, sono proporzionali al peso stilistico del risultato finale, all’intelligenza analitica e alle conoscenze del pittore.

Questa attenta e colta maniera di dipingere dimostra l’esistere di una determinante differenza tra osservare semplicemente un soggetto ed osservarlo pennello e colori alla mano: nel secondo caso, infatti, entra in gioco un’imprescindibile e duratura volontà di analisi, richiesta, appunto, dall’esigenza coscienziosamente autoimposta di utilizzare la pittura come SCOPO ed insieme come MEZZO di espressione del soggetto rappresentato, come strumento massimo d’osservazione, come analisi viscerale della realtà.

Ogni elemento, quindi, costituisce parte fondamentale ed integrante all’interno della composizione: il colore, lo spazio, le luci ed il soggetto ritratto, niente è marginale né vagamente tralasciato, nulla domina sul resto. Tutto è in equilibrio, ogni elemento è studiato con una cura visibile solo dopo un’attenta osservazione. Ma la grandezza di questa maniera di dipingere , sta proprio nel non rendere percepibile lo studio a priori, la certa fatica a monte dell’opera compiuta, tanto da regalare all’osservatore solo il piacere puramente estetico dell’ammirarla.

“Gli ostacoli sono i segni ambigui davanti ai quali gli uni disperano,

gli altri capiscono che c’è qualcosa da capire.”

PAUL VALERY


venerdì 23 ottobre 2009

La tecnica dell'incisione



Aula di incisione, Accademia Ligustica di Belle Arti. Genova.

L’ACQUAFORTE


(Così era chiamato, nel Medioevo, l'acido nitrico). La lastra protetta dalla vernice, (una miscela a base di cera, bitume e mastice) è sguarnita per mezzo di una punta che traccia il disegno da riprodurre. Immersa in un bagno d’acido nitrico, opportunamente diluito, secondo l’acidità, la temperatura e la durata della reazione, i tratti saranno sottile e poco profondi o larghi e profondi.
Nel primo caso, alla stampa, sarà delicato e grigio nel secondo caso largo e di un nero intenso. (tale operazione si chiama “morsura”).
Si toglie la vernice, si pulisce la lastra e s'inchiostra per mezzo di un tampone o spatola (di plastica o cartone) che fa entrare l'inchiostro nei solchi, Eseguita la pulizia della lastra, vi si pone sopra la carta inumidita che, con la pressione del torchio, riceverà l'impronta dell'inchiostro che uscirà dai solchi.


L'ACQUATINTA

L’acquatinta rappresenta un completamento delle possibilità pittoriche dell’acquaforte, permettendo l'estensione ad un’infinità di soluzioni cromatiche S'ottiene attraverso la granulazione (o granitura) della lastra al fine d'inchiostrare ampie superfici, anziché linee. I metodi usati per ottenere la granulazione sono diversi. Quello più usato consiste nel far cadere sulla lastra uno strato leggero e uniforme di pece greca o di bitume (a Questo scopo s'usa una cassetta in cui s'agita la polvere e in cui è introdotta la lastra in modo che la polvere vi si deposita sopra); poi la lastra viene scaldata in modo che i granelli di bitume o di pece v'aderiscono saldamente: l'acido penetrerà soltanto negli interstizi fra i grani.

Dall’Ottocento fino ai giorni nostri, l’incisione fa parte dell’esperienza d'ogni artista e il numero dei pittori che creano con questa tecnica delle opere d’arte è così elevata da rendere difficile la scelta dei nomi da menzionare.

La stampa calcografica sembra sia nata in Germania verso il 1430. Si diffuse molto presto anche in Italia trova terreno assai fertile a Firenze, data la presenza in quell’epoca di maestri come Botticelli. Verrocchio, Lippi ed altri che ispirarono con le loro opere il lavoro di molti bulinisti e, a Venezia, dove nascono numerose “botteghe”, tra le quali, quelle di Carpaccio, Cima da Conegliano e Tiziano. Agli inizi del XVI secolo l'incisione tedesca raggiunge il suo massimo splendore con l’opera di Dùrer, che pare sia stato uno dei primi ad usare l’acquaforte insieme con Daniele Hopfer, mentre il Parmigiano (1508-1540) è considerato il primo artista italiano che, capii le possibilità dell’acquaforte, e l’abbia utilizzata come mezzo espressivo. Rembrand (1610-1669) ottiene con l'incisione notevoli risultati lavorando il rame con particolare disinvoltura, incidendo, cancellando, correggendo fino al raggiungimento degli effetti voluti. Nel 1768 J.B. Le Prince, in Francia, perfeziona la tecnica dell’acquatinta che sembra sia stata sperimentata in precedenza da Francois e da Charpentier. Nell’Italia del settecento eccellono, nelle tecniche incisorie, grandi nomi come il Tiepolo, Canaletto, Piranesi. Mentre in Spagna. Tra la fine del secolo e gli inizi dell’Ottocento, è la volta di un gran genio dell’incisione e dell'acquatinta in particolare: Francesco Goya (1746- 1828).

martedì 20 ottobre 2009

domenica 18 ottobre 2009

venerdì 16 ottobre 2009

Introduzione alla mostra di Gianni Ferro.


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GIANNI FERRO

retrospettiva 1960 - 1981

In data: 24 ottobre 2009
Categoria: mostra

"L'arte ha bisogno o di solitudine, o di miseria, o di passione. E' un fiore di roccia che richiede il vento aspro e il terreno rude."

Alexandre Dumas (padre), scrittore francese.

La produzione pittorica e grafica di Gianni Ferro è indiscutibilmente legata e vincolata alla sua vita.

Ogni pittore, quando riesce a lasciare un segno per chi resta, oltre alla presenza materiale dei suoi quadri, ci consegna un immaginario ma comunque tangibile bagaglio di emozioni ed esperienze, che contribuiscono in maniera decisiva a dare un significato non solamente formale ma anche emotivo all’eredità artistica che lascia dietro di sé.

Ed ogni artista, più di chiunque altro al mondo, sa che ci saranno sempre loro, le tracce lasciate dal suo pennello e dalla sua matita, durante e dopo la sua esistenza, a parlare per lui e di lui.

Il creativo ha una marcia in più per essere conosciuto, capito e ricordato. A differenza di tutti gli altri.

E Gianni Ferro, pare che questo lo sapesse benissimo.

Lo sapeva quando, colori e tavolozza alla mano, ci raccontava dei suoi viaggi. Quando ci regalava attraverso una prospettiva strettamente intima e personale uno sguardo sulla sua terra e i suoi luoghi, e quando, turbamenti ed emozioni, facevano capolino, talvolta nascosti, sulla tela, sul foglio, sulle lastre ferrose delle sue preziose incisioni e stampe.

La formazione artistica di Ferro spazia con estrema coerenza ed elasticità attraverso le principali correnti artistiche a lui contemporanee, delle quali è percepibile la suggestione ma, al contempo, anche la ferma indipendenza del suo lavoro da ogni etichetta precisa, a favore, piuttosto, di una libera ed equilibrata interpretazione stilistica di ciò che è il vasto patrimonio dell’arte del Novecento.

All’interno dell’opera di Ferro, convivono, libere da stretti vincoli formali, delicati suggerimenti alle principali tendenze artistiche del secolo scorso: Naturalismo, Metafisica, Simbolismo. Il tutto in una formula armoniosa, dosata in maniera così sapiente da riuscire ad esprimere con forza incisiva, passioni e sentimenti senza alzare il tono della voce, in melodioso silenzio.

E’ così chiara l’emozione che trapela dai soggetti ritratti che pare, quasi, l’artista voglia soprattutto raccontarci il modo in cui lui percepisce il mondo che lo circonda, tanto da causare uno spostamento semantico dall’obbiettivo di fotografare la realtà al modo in cui questa viene colta e vissuta dal pittore.

Questa maniera di operare si presenta come una sapiente e ben riuscita affermazione che il soggetto creato per mano del gesto creativo non è necessariamente ciò che appare, ma piuttosto ciò che noi pensiamo della realtà, un’indagine meticolosa e paziente sugli strumenti della nostra percezione visiva ed emotiva.

Quasi a voler confermare la teoria formulata da Eugene Chevreul, nel suo saggio “La loi du contraste simultanè des couleurs”, nel caso di Ferro è chiaro, ma al contempo discretamente ovattato, l’intento di dimostrare come la percezione dell’occhio sia un’attività meccanica ma anche e soprattutto celebrale.

Le sue vedute, i luoghi di cui ci parla nei suoi quadri, i personaggi attraverso i quali racconta sé stesso, non sono una semplice impressione, ma diventano, piuttosto, una silenziosa e coscienziosa riflessione, quasi a testimoniare che lo scopo non è ritrarre un frammento di realtà, bensì una parte di un ben più profondo ragionamento sulla natura del suo universo personale.

E la particolarità di Ferro, è proprio la capacità far uso, senza eccessivi clamori, di una pittura quasi filosofica, che inquadra la vita, con semplicità, ma anche con la consapevolezza di quanto questa sia complessa e bisognosa di attente riflessioni.

L’analisi dei luoghi e dei personaggi di Ferro ci consente di valutare, oltre all’indissolubile rapporto che lega l’artista alla sua terra e ai territori protagonisti dei suoi viaggi, l’evolversi della sua esistenza, ora attraversata da periodi di profonda riflessione interiore, ora da periodi di forte turbamento, ora dalla quiete meditativa di quei suoi paesaggi così amorevolmente e meticolosamente descritti.

Il tutto sempre compiendo un percorso di crescita costante, accumulando le precedenti esperienze, senza mai rinnegare la produzione del passato.

I contenuti a tratti quasi metafisici dei quadri di Ferro ci suggeriscono quanto per il pittore sia stato importante trasferire sulla tela una ricostruzione poetica del soggetto ritratto, quasi a seguire il pensiero nietzschiano legato alla celebre teoria della Stimmung, tradotta dallo stesso De Chirico come “L’atmosfera nel senso morale”, un’atmosfera all’interno della quale i soggetti ed i luoghi appaiono rivestiti da un alone di indescrivibile mistero, spogliati dal senso comune che normalmente tendiamo a dar loro.

Coerentemente a tutto ciò, oltre, talvolta, alla comparsa di qualche sparuto personaggio, principalmente in funzione di rappresentare la figura stessa dell’artista, è chiaro che il protagonista indiscusso dei quadri di Ferro sia, salvo qualche rara eccezione, lo SPAZIO, nel suo significato più ampio e totale.

Tanto è vero che la maniera di considerare lo spazio propria dell’artista non è riduttivamente attribuibile all’ambiente circostante il soggetto o alla veduta inquadrata dalla composizione del quadro, bensì questo diventa soprattutto un’IDEA, un concetto che vive dentro e fuori la tela.

Ferro non vuole mettere in scena la rappresentazione dell’oggetto e del suo sfondo, del soggetto e della sua ambientazione, vuole dare allo spettatore la totalizzante visione dello spazio assoluto.

Unico e indivisibile.

Necessariamente personale.

Ed all’interno di questo sentimento così privato, Ferro dipinge una rappresentazione simbolica ed intellettuale dell’ambiente, che diventa, di conseguenza, la metafora di un sentimento e non solo il semplice tentativo di concepire una visione fedele alla mimesis, già esistente, alla portata di nessuna fatica immaginativa.

Quella suggerita da Ferro è un’osservazione attenta della realtà, però offerta attraverso il suo punto di vista, che si posa davanti all’obbiettivo da ritrarre, non con l’intento di cercare obbligatoriamente un soggetto preciso, bensì con l’obbiettivo premeditato di sperimentare una visione individuale di ciò che in quel momento sta osservando o di ciò che alberga nel suo inquieto mondo interiore.

Si tratta principalmente di una pittura introspettiva, un’indagine dell’ Io, trasportata su tela. Quasi una sorta di autoanalisi effettuata attraverso un dialogo raccolto, tra il pittore e la sua tela.

Questa conversazione privata, talvolta, viene discretamente protetta, da una ricerca stilistica volutamente orientata alla determinazione di non mettere platealmente in scena emozioni e sentimenti allo stato puro, bensì di farlo attraverso il filtro di una pennellata gentile, ben studiata, lucida e ponderata. Quasi a voler preservare l’osservatore da un’eccessiva conoscenza di sé.

Luoghi e figure, per quanto minuziosamente studiati e ricercati, tendono sempre ad una nitida semplificazione espressiva, e quando tale semplificazione viene applicata anche alla forma del proprio volto, questo non può che trasfigurare in una sorta di allegorica maschera, dirompente di emozioni ma al contempo dipinta in una costante ricerca di disciplina. A dimostrare, chiaramente come la regola quasi sempre sia cosa ben diversa dall’ordine interiore di ciò che appare davanti a noi.

Il continuo riconoscimento verso la sicurezza della propria terra, le sagome che si aggirano come senza speranza nello spazio delimitato dalla tela, gli autoritratti dipinti restando fedele più all’anima che alla rassomiglianza fisica, sembrano voler affermare, quasi con sarcastica incredulità che esiste ancora un’aristocrazia dello spirito e della forma. E che, un giorno, questa sarà il suo riscatto.

“ Di fronte allo spazio siamo uomini interi, sia di fronte allo spazio naturale che di fronte a quello divenuto artistico, e l’atto che lo crea per noi è, immediatamente, un atto della visione e un atto del sentimento, scisso in queste due parti solo dalla riflessione successiva.

L’artista è solo colui che compie questo atto di formazione del vedere e del sentire con tale purezza e forza da assorbire completamente in sé la materia data dalla natura, ricreandola in sé stesso.”

George Simmel, sociologo tedesco.


sabato 10 ottobre 2009

Buddha



Non c'è strada che porti alla felicità: la felicità è la strada.
BUDDHA.

sabato 3 ottobre 2009

martedì 29 settembre 2009

Introduzione alla mostra di Laura Baldo


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LAURA BALDO

mostra personale

In data: 03 ottobre 2009
Categoria: mostra

“Ho visto cose bellissime, grazie alla diversa prospettiva suggerita dalla mia perenne insoddisfazione, e quel che mi consola ancora, è che non smetto di osservare.”

EDGAR DEGAS. Pittore.

Il mito di Narciso, raccontato da Ovidio nelle sue Metamorfosi, narra la vicenda di un giovane di tale bellezza, che, specchiandosi in una fonte d’acqua, s’innamora follemente della sua immagine, tanto da morire di dolore, nel momento in cui si accorge che non potrà mai possederla.

Le fotografie di Laura Baldo sembrano quasi una ripresa coscientemente antitetica di questa storia perché ci raccontano il percorso di una figura che, con metodo e ripetizione, si specchia sulle superfici riflettenti più svariate, non al fine di ammirare le proprie fattezze, bensì allo scopo di osservare e di farci osservare, non senza una trapelante e palpabile emozione, gli altri ed il contesto in cui agiscono per mezzo del suo sguardo.

Protagonisti senza nome, sono ignari di essere osservati e filtrati attraverso la prospettiva d’osservazione di chi ne sta catturando un anonimo, se pur in ogni occasione sempre significativo ed esplicativo,frammento di vita.

Queste immagini, sebbene riproducano la consapevole autorappresentazione dell’artista, passano oltre il concetto ovidiano o tradizionale di autoritratto, per accompagnare lo spettatore in un percorso attraverso una percezione personale dei più molteplici contesti sociali contemporanei e soprattutto attraverso la lucida volontà di rappresentarli da parte di chi li sta osservando dall’esterno e, paradossalmente, anche e soprattutto dall’interno.

Questa singolare visione del sé, proiettata verso e dentro l’altro, supera anche il narcisistico senso di impotenza dovuto dal non poter possedere il riflesso impalpabile della propria amata immagine, perché si oltrepassa l’idea di attrazione di essa per abbracciare una visione più universale e sociale del soggetto riflesso e quindi ritratto.

In questa maniera si dà origine ad un fenomeno di totale empatia fra l’artista e il contesto nel quale si trova, ossia fra l’artista e l’opera d’arte che realizza, la quale diventa anche il manifesto della società contemporanea, una sorta di panoramica culturale della vita e dei costumi moderni.

Colori, luci, figure in veloce movimento, tutto scorre frenetico ed inarrestabile, unico punto fermo e unica grande certezza in questo continuo andirivieni di immagini, è lo sguardo di chi osserva, che crea e condivide quest’istante rubato allo scorrere inarrestabile del tempo.


Introduzione alla mostra di Federica Dubbini


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FEDERICA DUBBINI

mostra personale

In data: 03 ottobre 2009
Categoria: mostra

"L'arte non imita, interpreta."

CARLO DOSSI (1849-1910), scrittore italiano.

La ricerca pittorica di Federica Dubbini ci richiama, seppur in maniera molto leggera e senza presunzioni, a quello che fu il percorso intellettuale e comunicativo dell’arte del diciannovesimo secolo.

Nel momento in cui sopraggiungono nuovi mezzi per riprodurre la realtà, i quali si rivelano dal punto di vista della fedeltà rappresentativa nettamente più validi delle tecniche pittoriche, ecco che queste discipline iniziano a sperimentare soluzioni di espressione alternativa, evolvendo il proprio percorso verso una nuova forza intellettuale e sentimentale, piuttosto che prettamente imitativa com’era di regola un tempo; decretando, così, un’ epocale cambio di rotta, che segnerà in modo ineluttabile il percorso artistico dell’arte moderna.

Possiamo, pertanto, riconoscere elaborati pittorici, come quelli presentati dalla Dubbini, eredi formali di questo fenomeno culturale e, in maniera ancora più ampia, del pensiero creativo moderno in senso lato.

Nel comprendere ciò, ci è di grande aiuto, un testo fondamentale del saggista d’arte Walter Benjamin, “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, che, in proposito, sviluppa una teoria secondo la quale la verità della cose, intesa come l’essenza più intima di queste, si raggiunge attraverso lo stravolgimento totale dei sistemi concettuali codificati aprioristicamente dall’intelletto, nel caso specifico l’infedele interpretazione cromatica e figurativa, tendenzialmente rivolta ad esprimere piuttosto che a descrivere, affinchè ci si possa approcciare all’opera d’arte finita una volta che questo processo l’ ha liberata da ogni genere di richiamo al convenzionale .

Si tratta, pertanto, di una forma d’arte rivolta all’ espressione piuttosto che all’impressione, come invece potrebbe nascere da una tecnica rappresentativa che ha come fine quello di fermare con un’immagine un frammento di realtà tangibile e più possibile veritiero.

Nel caso dei lavori proposte dalla Dubbini, invece, è il pittore che proietta sulla realtà ciò che ha da dire, affermando, ora con audaci accostamenti cromatici, ora con ardite deformazioni spaziali e anatomiche, la prioritaria volontà dell’artista di comunicare attraverso il gesto pittorico e grafico, sentimenti svincolati dalla statica concretezza generata da una visione oggettiva e descrittiva della realtà, ma piuttosto dalla sua intima e personale volontà di espressione.