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venerdì 29 ottobre 2010

Introduzione alla mostra di Laura Baldo


http://www.undo.net/cgi-bin/undo/pressrelease/pressrelease.pl?id=1288181700

LAURA BALDO

Apparenze

“Degas ha scritto da qualche parte
che la sua aspirazione era quella di RIUSCIRE A
INFONDERE UN CERTO INCANTO ALLA VERITA’.”
ROBERT ADAMS, FOTOGRAFO.



La fotografia, forse più di ogni altra forma di arte visiva, è inscindibilmente legata al PARTICOLARE, la cui realtà effettiva è, di volta in volta, filtrata dall’occhio e dall’intima percezione del fotografo che lo cattura attraverso il suo scatto.
L’immagine che consegue questa maniera di interpretare l’ambiente ed i contesti fotografati si potrebbe definire non semplicemente come la mera interpretazione del dato reale, ma piuttosto come prodotto finale che comprende e traduce il dialogo intercorso fra il fotografo ed il suo soggetto, fra l’elemento legato all’ oggettiva concretezza del vero e la sua APPARENZA.
La composizione fotografica non è strutturata sulla riproduzione fedele del soggetto ritratto, al contrario, l’artista, quando, come Laura, decide di accostarsi alle tecniche della fotografia con un approccio interpretativo anziché descrittivo di luoghi e situazioni, può modulare il significato e la sostanza dell’ immagine esclusivamente attraverso la sua volontà osservativa o, meglio ancora, dal suo PUNTO DI VISTA.
La scelta di utilizzare specifiche angolazioni, lo studio della composizione spaziale e di particolari soluzioni cromatiche hanno la facoltà di modulare il concetto intrinseco ad ogni immagine riprodotta, dimostrando di essere i mezzi migliori tramite i quali la fotografia può riferire ed esternare una complessità concettuale che spesso prescinde dalla elementare superficialità di un’immagine che si limita alla riproduzione di ciò che il fotografo sta osservando.
Per meglio comprendere il vincolo che rende complementari l’ESPRESSIONE e l’analisi della COMPOSIZIONE, altamente esplicativo è ciò che disse in merito all’ argomento Henry Matisse: “L’espressione, per me, non sta nelle passioni che ardono su un volto umano o che si manifestano in un brusco movimento. E’ l’intera composizione del mio quadro ad essere espressiva: il posto occupato dalle figure, gli spazi vuoti lasciati intorno a loro, le proporzioni, tutto ha importanza”.
Si tratta, infatti, di una produzione creativa il cui prodotto finito presuppone qualcosa di più di ciò che è letteralmente rappresentato o di quanto si potrebbe capire attraverso uno studio ingenuamente e riduttivamente formale dell’immagine.
In questa maniera è possibile per l’artista ricostruire una visione parallela alla nostra quotidianità, che esiste in funzione alla sfera emotiva del fotografo, delle sue intenzioni espressive e soprattutto, del potere comunicativo dell’apparenza sulla realtà, di ciò che è percepito su ciò che banalmente esiste davvero.

sabato 1 maggio 2010

Introduzione alla mostra di Gio Sciello.


GIO SCIELLO

segno e colore

In data: 8 maggio 2010
Categoria: mostra

Presto il pittore sarà orgoglioso

di spiegare che le sue opere sono

COSTRUITE, a differenza degli Impressionisti

che erano orgogliosi

di non saper spiegare nulla.

VASSILY KANDINSKY

Dall’essenza primaria della produzione pittorica di Sciello e’ possibile estrapolare due strutture compositive e formali differenti ed al contempo in perfetto equilibrio tra loro: il pittore e saggista russo, Vassily Kandinsky, pioniere del Simbolismo e dell’ Astrattismo, paragonerebbe queste due tendenze ad altrettante tecniche di composizione musicale, la composizione melodica e la composizione sinfonica.

Nei lavori di Sciello, la prima si distingue per la sua semplice essenzialità , definita da elementi immediatamente riconoscibili ed assoluti, le lettere dell’alfabeto, le forme geometriche e la genuina semplicità del segno; mentre la seconda, più complessa ed articolata, si determina attraverso la sapiente raffinatezza di una scala cromatica ricca e sofisticata e la ponderata organizzazione di molteplici e distinti soggetti simbolico decorativi all’interno di un unico nucleo compositivo, perfettamente funzionante nella sua concezione d’insieme.

Questo ideale equilibrio tra segno, cromia e spazio, si ricerca e si percepisce nel momento in cui, all’esame critico del quadro, rimuoviamo l’analisi oggettiva in favore dello studio elementare delle forme, sulle quali è organizzata la composizione pittorica: geometrie e linee che servono a dare un movimento generale ed un ritmo alla composizione stessa, conferendo ad essa un preciso e intenzionale significato visivo ed emozionale.

Il ritmo formale proprio della produzione creativa di Sciello, preserva in apparenza l’immediatezza dell’improvvisazione, attribuibile ad espressioni ed impressioni della natura interiore, intima ed emotiva del pittore, ma principalmente, questa ricerca rappresentativa, esaminata ed elaborata con coerenza e costanza dall’artista, è in parallelo, equivalente ad una costruzione ragionata, consapevole ed intenzionale della spazialità pittorica del quadro.

La continuità stilistica specifica della regola espressiva di Sciello, definisce un ingegnoso e perspicace processo da cui, con decisa tenacia, emerge una poetica universalmente estendibile a tutte le sfaccettature della sua produzione, una maniera di proporre la pittura come allegoria di un simbolismo astratto in ideale armonia tra due stimmung concettualmente trasversali, il sincrono significato spirituale e razionale della volontà creativa.

giovedì 15 aprile 2010

Introduzione alla mostra di francesca Ghizzardi



http://www.satura.it/attivita_db/show.php?codice=719

FRANCESCA GHIZZARDI

presenze

In data: 7 febbraio 2009
Categoria: mostra

“…e ci vediamo come esseri che sono

da un lato natura, dall’altro spirito;

in cui l’anima distingue l’essere dal destino.”

Georg Simmel, “Michelangelo”

La produzione recente della pittrice Francesca Ghizzardi è, oltre ad una dimostrazione di ormai non comune dominio tecnico sul segno e sul colore, anche e soprattutto un’immersione rivelatrice in una dimensione che va ben oltre la mera spazialità fisica del quadro dipinto, bensì che ci conduce all’interno di un percorso intimo e contemporaneamente universale intrapreso dall’artista nell’arco della sua vita di donna e, inscindibilmente, di artista.

Questa raccolta di dipinti ha l’obbiettivo di mettere in scena, attraverso il suo più riuscito stadio di momentaneo arrivo, il risultato di una consapevole ma sempre libera e sincera indagine di sé in stretto ed inscindibile rapporto con gli eventi circostanti.

Ci troviamo di fronte ad una rappresentazione figurativa dell’ “ALTRO”, che ha un’indiscutibile proiezione con l’ “IO” della sua esecutrice.

In questo caso, la ritrattistica propria di questi elaborati pittorici non risponde più alla domanda “Chi sei tu?”, piuttosto vuole essere la risposta ad un’altra questione: “Chi sono io?”. Domanda che trova il suo riscontro all’interno di ogni singolo, se pur decisamente a sé stante ed autonomo, elaborato pittorico realizzato da Francesca.

La pittura messa in atto attraverso queste potenti immagini possiede una doppia valenza: quella strettamente formale espressa attraverso l’impulsivo ma governato e consapevole gesto pittorico dell’artista e quella che, sempre attraverso gli strumenti della pittura, dà voce e forma al sentimento interiore e intimo di Francesca.

In questo caso, è decisamente esplicativo un passo tratto da un saggio sull’autoritratto scritto dallo storico e critico d’arte Alberto Boatto: “…così il volto del vicino, con la sua mimica caratterizzata, ci resta sempre più familiare del nostro viso..per questa cecità che regola i rapporti con noi stessi possiamo continuare a vivere in uno stato di inconsapevolezza, in grado di ripararci e che garantisce la libera espansione della nostra vitalità.”


domenica 11 aprile 2010

Rassegna d'Arte Contemporanea IL MURO, Mikalojus Konstantinas Čiurlionis National Art Museum


sabato 15 aprile 2010 ore 18:00
Mikalojus Konstantinas Čiurlionis National Art Museum


IL MURO
1989 - 2009
Rassegna d'Arte Contemporanea

a cura di Enzo Fornaro, Mario Napoli

testi di Maura Ghiselli, Elena Putti

collaborazioni Julie Azoulay, Silvia Barbero

aperta fino al 9 maggio 2010
orario da martedì a domenica
ore 11:00 – 17:00

Mikalojus Konstantinas Čiurlionis National Art Museum
address: V. Putvinskio g. 55, LT-44248, Kaunas Lituania

Zilinskas Art Gallery
Neoriklausomybes 12 – Kaunas Lituania

Con il Patrocinio di
Mikalojus Konstantinas Čiurlionis National Art Museum e Istituto Italiano di Cultura, Vilnius


Satura organizza una mostra a tema nella ricorrenza del ventennale della caduta del Muro, invitando gli artisti a produrre un’opera ad hoc sull’evento, lasciando la più ampia libertà alle interpretazioni. Il risultato è stato presentato in una grande esposizione a Palazzo Stella, nel novembre scorso; ora la mostra si sposta nei paesi dell’Est Europeo per arricchirsi di altre testimonianze.

Prima tappa di questo percorso Kaunas - Lituania ospiti del Mikalojus Konstantinas Čiurlionis National Art Museum. Il museo e' dedicato a Mikalojus Čiurlionis un grande artista lituano, musicista, scrittore e pittore simbolista. Si tratta di uno dei più importanti musei della Lituania e comprende oltre alla sede principale altre succursali e gallerie. La sua collezione e' costituita dalle opere di Ciurlionis, oltre ad opere di arte folkloristica lituana, reperti dell'antico Egitto e numismatica. Nelle sedi correlate come la Zilinskas Art Gallery, dove la mostra viene ospitata, sono conservate molte opere dal XVII al XX secolo.

Dalla notte tra il 9 e il 10 Novembre dell’anno 1989, data che decretò la riunificazione del territorio tedesco, sono passati precisamente 20 anni, ed in occasione di questa significativa ricorrenza, l’Associazione Culturale Satura, con la collaborazione dei suoi migliori artisti, decide di rendere omaggio alla caduta del Muro di Berlino organizzando una rassegna d’arte contemporanea itinerante, che partendo dalla sede di Genova, visiterà importanti città d’arte europee. Prima tappa dell’evento sarà il Mikalojus Konstantinas Čiurlionis National Art Museum di Kaunas in Lituania.
L’ambizione del progetto, è documentare come l’arte possa aiutare la società a capire e meglio valutare i tempi che cambiano, in funzione della sua attitudine a riflettere l’evoluzione della società stessa e degli eventi che la contraddistinguono. La Modernità, infatti, ha indissolubilmente vincolato fra loro Arte e Storia, al punto che alcuni addetti ai lavori suggeriscono di iniziare a considerare l’Arte, proprio per la sua naturale proprietà di rispecchiare il contesto nel quale si sviluppa, come un’alternativa e un’integrazione alla politica quotidiana.
Anche per questo artisti e creativi, oggi, ad un ventennio dalla caduta del Muro di Berlino, restano e sono come non mai un veicolo di rappresentazione storica e sociale di eccellente efficacia e potere comunicativo.
L’idea di riunire in un’unica rassegna collettiva le esperienze di diverse e molteplici personalità dello scenario contemporaneo italiano, nasce proprio dall’esigenza di ricostruire una visione quanto mai eterogenea e libera del tema, interpretato e filtrato da sensibilità e prospettive tra loro anche profondamente discostanti. A dimostrare come l’Arte sia perfettamente in grado di trasformarsi in un insostituibile strumento di contatto tra voci diverse, tanto da svincolarsi da ogni restringente barriera creata dall’imposizione di un linguaggio convenzionale.
L’obbiettivo di questo programma è impostato sulla volontà di dimostrare come quella che viene definita “l’amabile finzione dell’arte” è, in casi come questo, sapientemente messa al servizio, non esclusivamente di una visione “autonoma” dell’arte stessa, ma anche e soprattutto all’ormai inevitabile contaminazione delle discipline creative con l’ambiente socio politico dal quale sono condizionate.
Al valore culturale soggettivo della singola opera d’arte, si sostituisce ineluttabilmente il valore globale dell’esposizione e dell’idea che la promuove, ed è proprio questa la sostanziale collocazione in cui sta attualmente maturando la storia dell’arte moderna: non si analizza più l’elaborato come un prodotto a sé stante, né l’artista semplicemente come un “artigiano” dell’estetica, piuttosto l’arte deve essere a pieno titolo considerata come un punto di vista più elevato dal quale osservare, leggere e capire importanti pagine della storia e della civiltà ad essa rapportate, e l’artista colui che possiede la facoltà di parafrasare gli eventi filtrandoli attraverso la sua coscienza creativa.
Quando, come in questo caso, l’ Arte è messa al servizio della Storia, esplora e contribuisce a rendere quasi tangibile una allegorica Quarta Dimensione, che valica la superficie bidimensionale della pittura e quella tridimensionale della realtà universalmente percepita, per aprire la strada ad un percorso cognitivo maturato in aggiunta al dato certo, superando l’apparenza meramente visiva del quadro e l’ effettiva concretezza del fatto storico. (MAURA GHISELLI)


Per tutti il muro di Berlino è prima di ogni altra cosa un simbolo storico. Una piaga sulla pelle di una città che ha molto sofferto. Ma questa fitta cortina di cemento, che per lungo tempo ha celato la città a sé stessa, è stata anche un vivo teatro di speranza per molte generazioni di ideali.

Sopra quel muro durante i lunghi anni della divisione sono germogliati anche i colori: come una grande tela, scesa dal cielo sopra Berlino, il lunghissimo serpentone grigio del Mauer, è stato il quadro inconsueto per artisti di tutto il mondo.

I disegni che hanno graffiato quel muro, quasi a volerlo nascondere, oltrepassare, sono l’espressione indimenticabile di come la creatività sia capace di rendere bello anche ciò che non lo è affatto. Per fuggire da un cattivo presente e prefigurarne un futuro migliore.

Questo moto di ribellione e di speranza non si è però arginato lungo la faglia tedesca: si è invece propagato in tutta l’Europa come una scossa positiva che ha stimolato all’arte e alla libertà. Le frizione fra Est ed Ovest ha generato anche una tensione positiva.

Il risultato è il fiorire di molte arti rinvigorite sotto la stella della Guerra Fredda: il cinema, il design, la pittura, la letteratura, perfino la moda, raggiunsero livelli di qualità altissima ed un’espressione stilistica unica ed innovativa.

E’ questa grande carica propulsiva emersa dall’esperienza del muro e dalle sue macerie, che oggi, a vent’anni dalla sua caduta, Satura vuole celebrare.

Il suo stretto legame con l’arte che esso ha sia accolto che ispirato, lo rende un tema significativo e profondo per le opere contemporanee.

Satura, che da anni si occupa di promuovere le arti con entusiasmo e liberalità, ha ideato per questa ricorrenza una mostra itinerante per creare un confronto fra artisti di varie nazionalità.

La raccolta di opere di artisti italiani, selezionate da Satura per rappresentare il tema, si arricchirà, lungo le tappe della mostra, dei lavori degli artisti locali.

Come un grande fiume del Nord la collezione sarà portata alla città successiva, creando un percorso di scambio e dialogo lungo l’asse dell’Est prima di fare ritorno a Genova.
Queste diverse realtà si incontreranno in un terreno comune e fecondo, unite dalla solidarietà che l’esperienza del Muro, sebbene in modi diversi, ha costituito per ognuna di esse. (ELENA PUTTI)

Mikalojus Konstantinas Čiurlionis (Varėna 1875 - Pustelnik 1911) compositore e pittore lituano, studiato e considerato in Europa e nel mondo, in Italia rimane un nome pressoché sconosciuto. Čiurlionis fu un visionario attivo tra il tardo romanticismo e l’epoca moderna, uno dei grandi innovatori paragonabile a Scryabin, Schönberg e Ravel, coi quali non condivideva solo l’anno di nascita. In 35 anni ha composto più di 200 composizioni per piano, quartetti d’archi, numerose composizioni per coro basati sui salmi e circa 200 tele, nessuna delle quali é stata venduta mentre era in vita. Čiurlionis studiò piano e composizione al conservatorio di Varsavia dal 1894 al 1899, in seguito si perfezionò al conservatorio di Lipsia (1901 - 1902), e studiò disegno all’ Istituto di Belle Arti di Varsavia (1904 – 1906). Fu molto attivo anche nelle élite culturali di San Pietroburgo. Soggetti delle sue opere pittoriche sono i cicli delle stagioni, i segni zodiacali, leggende lituane dove é facile riscontrare il forte impatto del paganesimo. Per quanto riguarda il suo lavoro musicale, Čiurlionis ha adattato numerose canzoni del folklore lituano per coro, e composto i poemi sinfonici Miške (Nella foresta) e Jūra (Il Mare). L’arte di Čiurlionis per quanto proiettata all’avanguardia è strettamente legata alla sua terra. In numerosi lavori come: Sun sonata, spring sonata, grass snake sonata, sonata of the sea si possono riconoscere gli alberati paesaggi del sud della Lituania, vicino Druskininkai. E' evidente nei suoi paesaggi l'illusione che lo spazio (e quindi poi il tempo), si espanda, la stessa sensazione si prova osservando le infinite pianure della Lituania. Un'influenza a questo riguardo potrebbe esser arrivata dal crescente interesse (in quel periodo) per l'arte giapponese, che portò molti collezionisti e artisti di San Pietroburgo, Varsavia e Berlino ad interessarsi agli Ukiyo-e, le "immagini del mondo fluttuante.

lunedì 16 novembre 2009

Introduzione alla mostra di Valery Ledved


http://www.satura.it/attivita_db/show.php?codice=795

VALERY LEDVED

mostra personale

In data: 14 novembre 2009
Categoria: mostra

Con il Patrocinio di:

Dipartimento della Cultura del Governo di San Pietroburgo

Consolato Generale della Federazione Russa a Genova

Associazione per i Rapporti Internazionali di San Pietroburgo

Università Pedagogica Statale HJerzen di San Pietroburgo

“La sua ammirazione per il colorito e la tecnica degli antichi

molto lo spingeva a fare ricerche in tal senso

e ad architettare teorie e sistemi sull’esecuzione naturale

della pittura sul mestiere.” PAUL VALERY parlando di Edgar Degas.

La produzione pittorica di Valery Ledved, fa parte di quella corrente stilistica che, sulla base di lunghe indagini e di ben radicate capacità tecniche, propone quella che in uno studio sull’impressionista Edgar Degas, Paul Valery definisce come arte sapiente, quasi come se il pittore si trovasse a dover portare a termine non solo un prodotto artistico di grande valore stilistico ma anche e soprattutto il risultato di un processo esecutivo approfondito e ponderato, quasi matematico, nella sua ricerca di perfetto equilibrio formale.

Una pittura che rifiuta scorciatoie, proprio perché, sempre secondo la teoria di Valery, l’investigazione e l’approfondimento generano infiniti ostacoli da superare, i quali, a loro volta, sono proporzionali al peso stilistico del risultato finale, all’intelligenza analitica e alle conoscenze del pittore.

Questa attenta e colta maniera di dipingere dimostra l’esistere di una determinante differenza tra osservare semplicemente un soggetto ed osservarlo pennello e colori alla mano: nel secondo caso, infatti, entra in gioco un’imprescindibile e duratura volontà di analisi, richiesta, appunto, dall’esigenza coscienziosamente autoimposta di utilizzare la pittura come SCOPO ed insieme come MEZZO di espressione del soggetto rappresentato, come strumento massimo d’osservazione, come analisi viscerale della realtà.

Ogni elemento, quindi, costituisce parte fondamentale ed integrante all’interno della composizione: il colore, lo spazio, le luci ed il soggetto ritratto, niente è marginale né vagamente tralasciato, nulla domina sul resto. Tutto è in equilibrio, ogni elemento è studiato con una cura visibile solo dopo un’attenta osservazione. Ma la grandezza di questa maniera di dipingere , sta proprio nel non rendere percepibile lo studio a priori, la certa fatica a monte dell’opera compiuta, tanto da regalare all’osservatore solo il piacere puramente estetico dell’ammirarla.

“Gli ostacoli sono i segni ambigui davanti ai quali gli uni disperano,

gli altri capiscono che c’è qualcosa da capire.”

PAUL VALERY


venerdì 16 ottobre 2009

Introduzione alla mostra di Gianni Ferro.


http://www.satura.it/attivita_db/show.php?codice=788

GIANNI FERRO

retrospettiva 1960 - 1981

In data: 24 ottobre 2009
Categoria: mostra

"L'arte ha bisogno o di solitudine, o di miseria, o di passione. E' un fiore di roccia che richiede il vento aspro e il terreno rude."

Alexandre Dumas (padre), scrittore francese.

La produzione pittorica e grafica di Gianni Ferro è indiscutibilmente legata e vincolata alla sua vita.

Ogni pittore, quando riesce a lasciare un segno per chi resta, oltre alla presenza materiale dei suoi quadri, ci consegna un immaginario ma comunque tangibile bagaglio di emozioni ed esperienze, che contribuiscono in maniera decisiva a dare un significato non solamente formale ma anche emotivo all’eredità artistica che lascia dietro di sé.

Ed ogni artista, più di chiunque altro al mondo, sa che ci saranno sempre loro, le tracce lasciate dal suo pennello e dalla sua matita, durante e dopo la sua esistenza, a parlare per lui e di lui.

Il creativo ha una marcia in più per essere conosciuto, capito e ricordato. A differenza di tutti gli altri.

E Gianni Ferro, pare che questo lo sapesse benissimo.

Lo sapeva quando, colori e tavolozza alla mano, ci raccontava dei suoi viaggi. Quando ci regalava attraverso una prospettiva strettamente intima e personale uno sguardo sulla sua terra e i suoi luoghi, e quando, turbamenti ed emozioni, facevano capolino, talvolta nascosti, sulla tela, sul foglio, sulle lastre ferrose delle sue preziose incisioni e stampe.

La formazione artistica di Ferro spazia con estrema coerenza ed elasticità attraverso le principali correnti artistiche a lui contemporanee, delle quali è percepibile la suggestione ma, al contempo, anche la ferma indipendenza del suo lavoro da ogni etichetta precisa, a favore, piuttosto, di una libera ed equilibrata interpretazione stilistica di ciò che è il vasto patrimonio dell’arte del Novecento.

All’interno dell’opera di Ferro, convivono, libere da stretti vincoli formali, delicati suggerimenti alle principali tendenze artistiche del secolo scorso: Naturalismo, Metafisica, Simbolismo. Il tutto in una formula armoniosa, dosata in maniera così sapiente da riuscire ad esprimere con forza incisiva, passioni e sentimenti senza alzare il tono della voce, in melodioso silenzio.

E’ così chiara l’emozione che trapela dai soggetti ritratti che pare, quasi, l’artista voglia soprattutto raccontarci il modo in cui lui percepisce il mondo che lo circonda, tanto da causare uno spostamento semantico dall’obbiettivo di fotografare la realtà al modo in cui questa viene colta e vissuta dal pittore.

Questa maniera di operare si presenta come una sapiente e ben riuscita affermazione che il soggetto creato per mano del gesto creativo non è necessariamente ciò che appare, ma piuttosto ciò che noi pensiamo della realtà, un’indagine meticolosa e paziente sugli strumenti della nostra percezione visiva ed emotiva.

Quasi a voler confermare la teoria formulata da Eugene Chevreul, nel suo saggio “La loi du contraste simultanè des couleurs”, nel caso di Ferro è chiaro, ma al contempo discretamente ovattato, l’intento di dimostrare come la percezione dell’occhio sia un’attività meccanica ma anche e soprattutto celebrale.

Le sue vedute, i luoghi di cui ci parla nei suoi quadri, i personaggi attraverso i quali racconta sé stesso, non sono una semplice impressione, ma diventano, piuttosto, una silenziosa e coscienziosa riflessione, quasi a testimoniare che lo scopo non è ritrarre un frammento di realtà, bensì una parte di un ben più profondo ragionamento sulla natura del suo universo personale.

E la particolarità di Ferro, è proprio la capacità far uso, senza eccessivi clamori, di una pittura quasi filosofica, che inquadra la vita, con semplicità, ma anche con la consapevolezza di quanto questa sia complessa e bisognosa di attente riflessioni.

L’analisi dei luoghi e dei personaggi di Ferro ci consente di valutare, oltre all’indissolubile rapporto che lega l’artista alla sua terra e ai territori protagonisti dei suoi viaggi, l’evolversi della sua esistenza, ora attraversata da periodi di profonda riflessione interiore, ora da periodi di forte turbamento, ora dalla quiete meditativa di quei suoi paesaggi così amorevolmente e meticolosamente descritti.

Il tutto sempre compiendo un percorso di crescita costante, accumulando le precedenti esperienze, senza mai rinnegare la produzione del passato.

I contenuti a tratti quasi metafisici dei quadri di Ferro ci suggeriscono quanto per il pittore sia stato importante trasferire sulla tela una ricostruzione poetica del soggetto ritratto, quasi a seguire il pensiero nietzschiano legato alla celebre teoria della Stimmung, tradotta dallo stesso De Chirico come “L’atmosfera nel senso morale”, un’atmosfera all’interno della quale i soggetti ed i luoghi appaiono rivestiti da un alone di indescrivibile mistero, spogliati dal senso comune che normalmente tendiamo a dar loro.

Coerentemente a tutto ciò, oltre, talvolta, alla comparsa di qualche sparuto personaggio, principalmente in funzione di rappresentare la figura stessa dell’artista, è chiaro che il protagonista indiscusso dei quadri di Ferro sia, salvo qualche rara eccezione, lo SPAZIO, nel suo significato più ampio e totale.

Tanto è vero che la maniera di considerare lo spazio propria dell’artista non è riduttivamente attribuibile all’ambiente circostante il soggetto o alla veduta inquadrata dalla composizione del quadro, bensì questo diventa soprattutto un’IDEA, un concetto che vive dentro e fuori la tela.

Ferro non vuole mettere in scena la rappresentazione dell’oggetto e del suo sfondo, del soggetto e della sua ambientazione, vuole dare allo spettatore la totalizzante visione dello spazio assoluto.

Unico e indivisibile.

Necessariamente personale.

Ed all’interno di questo sentimento così privato, Ferro dipinge una rappresentazione simbolica ed intellettuale dell’ambiente, che diventa, di conseguenza, la metafora di un sentimento e non solo il semplice tentativo di concepire una visione fedele alla mimesis, già esistente, alla portata di nessuna fatica immaginativa.

Quella suggerita da Ferro è un’osservazione attenta della realtà, però offerta attraverso il suo punto di vista, che si posa davanti all’obbiettivo da ritrarre, non con l’intento di cercare obbligatoriamente un soggetto preciso, bensì con l’obbiettivo premeditato di sperimentare una visione individuale di ciò che in quel momento sta osservando o di ciò che alberga nel suo inquieto mondo interiore.

Si tratta principalmente di una pittura introspettiva, un’indagine dell’ Io, trasportata su tela. Quasi una sorta di autoanalisi effettuata attraverso un dialogo raccolto, tra il pittore e la sua tela.

Questa conversazione privata, talvolta, viene discretamente protetta, da una ricerca stilistica volutamente orientata alla determinazione di non mettere platealmente in scena emozioni e sentimenti allo stato puro, bensì di farlo attraverso il filtro di una pennellata gentile, ben studiata, lucida e ponderata. Quasi a voler preservare l’osservatore da un’eccessiva conoscenza di sé.

Luoghi e figure, per quanto minuziosamente studiati e ricercati, tendono sempre ad una nitida semplificazione espressiva, e quando tale semplificazione viene applicata anche alla forma del proprio volto, questo non può che trasfigurare in una sorta di allegorica maschera, dirompente di emozioni ma al contempo dipinta in una costante ricerca di disciplina. A dimostrare, chiaramente come la regola quasi sempre sia cosa ben diversa dall’ordine interiore di ciò che appare davanti a noi.

Il continuo riconoscimento verso la sicurezza della propria terra, le sagome che si aggirano come senza speranza nello spazio delimitato dalla tela, gli autoritratti dipinti restando fedele più all’anima che alla rassomiglianza fisica, sembrano voler affermare, quasi con sarcastica incredulità che esiste ancora un’aristocrazia dello spirito e della forma. E che, un giorno, questa sarà il suo riscatto.

“ Di fronte allo spazio siamo uomini interi, sia di fronte allo spazio naturale che di fronte a quello divenuto artistico, e l’atto che lo crea per noi è, immediatamente, un atto della visione e un atto del sentimento, scisso in queste due parti solo dalla riflessione successiva.

L’artista è solo colui che compie questo atto di formazione del vedere e del sentire con tale purezza e forza da assorbire completamente in sé la materia data dalla natura, ricreandola in sé stesso.”

George Simmel, sociologo tedesco.